Vi prego, vaccinate i vostri bambini!

 

 

 

di Metello Venè –  05 aprile 2019

Terruggia (Alessandria)

Viola, 4 anni, con Geco, il suo pupazzetto.

Geco è tanto triste, sai? Non può andare a giocare con i suoi amici perché, se gli attaccano le malattie, potrebbe morire».

Nel limbo incantato dei suoi quattro anni, Viola rivive la favola triste della sua vita attraverso un peluche, il “lucertolone” Geco: c’era una volta una creatura così fragile che bastava un malanno a ucciderla e, quindi, per non ammalarsi, doveva restarsene chiusa nella sua tana.

Dalla fantasia alla realtà, questa è la storia di Viola Gentile, nata a Terruggia, in provincia di Alessandra, figlia unica di Rosario Gentile, operaio, e Roberta Amatelli, insegnante elementare. Una storia che dà l’idea di quanto dall’obbligo dei vaccini a scuola, di cui si discute in questi giorni, dipenda la sopravvivenza di tanti bambini che sono più cagionevoli di salute rispetto ad altri.

Tra loro, appunto, c’è Viola. Che, quando aveva nove mesi, subì un trapianto di fegato. Per evitare fenomeni di rigetto del nuovo organo, i medici le neutralizzarono gli anticorpi, ovvero i “soldati” che difendono l’organismo dagli agenti estranei, tra cui virus e batteri. Risultato: Viola non può ammalarsi. Una semplice varicella può ucciderla, quindi anche andare all’asilo è troppo rischioso per lei. «Solo nei giorni scorsi, con l’entrata in vigore dell’obbligo di presentare i certificati di vaccinazione per tutti i bambini della scuola materna, Viola ha potuto tornare in classe», dice la sua mamma «ma un domani, quando dovrà andare alle elementari, che cosa succederà? Lì per ora vale ancora l’autocertificazione, ma se un genitore dicesse il falso e mia figlia si trovasse in classe con un bambino non vaccinato? Non oso pensarci, davvero, visto e considerato quello che abbiamo passato».

E il ricordo va a quattro anni fa, pochi giorni dopo la nascita di Viola. «Sembrava che andasse tutto bene. Mangiava tanto, la mia bambina, anche troppo. Però mi accorsi che non cresceva», racconta Roberta. «La pesavo ogni giorno e l’ago della bilancia era sempre lì. “Non si preoccupi”, diceva il pediatra. Invece mi preoccupavo eccome, sa come sono le mamme: hanno un sesto senso. Be’, avevo ragione: gli esami del sangue rivelarono che Viola aveva la bilirubina, cioè l’indice di bile nel fegato, a sei. Guardai i valori di riferimento e mi sentii morire: la normalità era da zero a due. E cominciò il calvario».

Un calvario chiamato “atresia delle vie biliari”, ovvero una rara malattia che, per dirla con parole semplici, intossica e uccide il fegato. «I medici parlarono chiaro: solo un trapianto avrebbe potuto salvare la vita alla nostra bambina», continua Roberta. «Ci sentimmo crollare il mondo addosso, la sola parola “trapianto” ci riempiva di angoscia. Ma capimmo che non c’era altro da fare».

Seguirono otto mesi da incubo. «Mi venivano in mente le parole mie e di mio marito quando, durante la gravidanza, rispondevamo ad amici e parenti che chiedevano le preferenze sul sesso», continua Roberta. «”Basta che stia bene”, rispondevamo».

Invece Viola stava sempre peggio. «Fu trasferita all’ospedale di Torino e noi con lei, senza lasciarla mai. Come altri bambini con la stessa malattia, non dormiva più. Massimo una, due ore ogni ventiquattro. Passavo giorno e notte a passeggiare nei corridoi, mentre la mia piccola sembrava spegnersi lentamente, le gambine inesistenti, il colorito giallo di chi ha patologia al fegato».

Finché arrivò la luce della speranza. «Ci dissero che era arrivato un organo compatibile, bisognava subito andare in sala operatoria», continua la mamma di Viola. «L’intervento fu molto complesso, durò dalle quattro del mattino alle nove di sera. Ma alla fine, incredibilmente, la mia bambina sembrò risorgere. Già dopo poche ore il colorito era diventato normale e pochi giorni dopo eravamo a casa. ‘Viola aveva nove mesi, cominciava la sua vera vita».

La vera vita di una bambina trapiantata, però, dal momento che, come abbiamo detto, non ha più le difese immunitarie, non è come quella degli altri. Ha la fragilità di un cristallo. «All’inizio, dopo l’operazione, nessuno poteva venirci a trovare, neanche i parenti», dice la mamma. «Poi, con il tempo, la situazione si è abbastanza normalizzata, anche se le precauzioni non sono mai troppe. Evitiamo di andare nei locali chiusi e molto affollati. Niente pizza la sera, niente centri commerciali. Stiamo attenti anche alle persone con cui entriamo in contatto, magari chiediamo di lavarsi le mani prima di prendere in braccio Viola. Quanto a me, se mi viene un raffreddore o una febbre, metto la mascherina e vado a dormire in un’altra stanza».

Tutte precauzioni che, tuttavia, vengono annullate se poi in ambiente scolastico non c’è la giusta prevenzione. «Adesso, da pochi giorni, l’obbligo di fornire la documentazione delle avvenute vaccinazioni è diventato una realtà negli asili», dice Roberta. «E se non hai il certificato non entri. Una bella vittoria per noi e per gli altri genitori con bambini immunodepressi: adesso finalmente Viola può entrare in classe senza rischiare. Ma fino a ieri i disagi non sono mancati. Per esempio, nonostante abitiamo in un paese piccolo, in cui ci si fida l’uno dell’altro, quando mia figlia ha cominciato a frequentare l’asilo avevamo il cuore in gola. Temevamo che il pericolo fosse sempre in agguato, e il timore si è rivelato fondato: un bambino si è preso la varicella e abbiamo dovuto subito ritirare Viola, con il terrore che fosse stata contagiata».

Viola con la mamma Roberta e papà Rosario

Adesso Viola Gentile va dunque all’asilo e fa una vita più o meno normale, ma che cosa succederà tra un paio di anni? «Allo stato attuale, per quanto riguarda la scuola elementare e la scuola media, chi non vaccina i propri figli rischia al massimo una multa», conclude la sua mamma. «Se le cose non cambieranno, nel 2021, quando Viola andrà in prima elementare, il periodo di terrore ricomincerà. Non posso pensare di tenerla a casa: una cosa è l’asilo infantile e un’altra cosa è la scuola dell’obbligo. La vita di mia figlia potrebbe dunque dipendere solo dalla onestà degli altri genitori, che attesteranno con l’autocertificazione che i loro figli siano in regola. Le pare giusto? No, a me sembra di no. Per questo chiedo ai rappresentanti dello Stato che si diano da fare per cambiare le cose. Ne va della vita di tanti bambini che, come Viola, hanno lottato per sopravvivere e si meritano una vita serena».

Metello Venè

 

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